«Taglio di tessuto o di pelle, messo doppio, cucito lungo i bordi e imbottito con fiocchi di lana, piume, materiale sintetico o altro, usato come appoggio per il corpo o come ornamento». Così il dizionario del Corriere della Sera spiega la parola 'cuscino'.
Una definizione tanto fredda quanto incompleta.
Certo, dipende dall'uso che se ne fa.
Avere un secondo cuscino è una droga. Fa male, non provate mai. Non se ne esce vivi.
Si inizia magari per caso, giusto perché te lo sei trovato lì e vuoi vedere com'è dormire con un ammasso di piume puffoloso e cicciottoso accanto a te, poi invece diventa qualcosa che non hai mai avuto o che vorresti avere: calore umano. Sì, perché il cuscino assorbe e restituisce tutto il delicato calore che noi stessi gli trasmettiamo.
A quel punto scatta un non so quale meccanismo per il quale si associa l'insieme di quelle finte sensazioni a una persona - magari lontana - con cui il contatto risulta impossibile. Una persona "speciale" intendo, ovviamente. Diventa in sostanza un "surrogato" di tale persona da stringere forte e coccolare, nella stupida speranza che quell'affetto si trasmetta via etere e giunga a destinazione. In fondo basta chiudere gli occhi e dare spazio all'immaginazione, no?
È tutta illusione. Ma a noi umani piacciono le illusioni.
Per cui la notte ci si potrebbe ritrovare avvinghiati a questo cuscino sotto le lenzuola, convinti - nel dormiveglia - di essere con quella persona, e che quel tenero e morbido tessuto sia la sua pelle. Si potrebbe iniziare a voler stringere quel cuscino ogni volta che si pensi a quella persona, posarci sopra la guancia e viverla come un vero abbraccio.
La consapevolezza di quanto ciò sia patetico - inizialmente tenuta a bada - esplode in un groviglio di emozioni miste che vanno dalla rabbia feroce alla disperazione. Rabbia per aver permesso a sé stessi di cadere in questa trappola; disperazione per la realizzazione che la distanza non la si può abbreviare certo con un cuscino. È tuttavia una sorta di dipendenza, quella che si crea, perché si stabilisce un nuovo - per quanto illusorio - punto di contatto con l'irraggiungibile, si "sconfigge" la distanza.
Così compaiono le lacrime, urla soppresse nello stesso cuscino che accolse il nostro calore. Angoscia, tristezza, un peso enorme sullo stomaco, quasi come un mostro che voglia liberarsi ma che rimane dentro a mangiarti l'anima. Una sensazione di frustrazione e di impotenza davanti alla realtà.
Il caldo respiro di una persona sul mio collo, il calore scambiato fra due corpi abbracciati, la pelle a contatto rannicchiati sotto le coperte, coccole e carezze e dolci parole sussurrate all'orecchio. Esperienze mai provate che, in un momento del bisogno ti spingono a gesti estremi, come fare ricorso a un cuscino.
È difficile esprimere a parole il desiderio di questo tipo di contatto.
Ti voglio, qui, accanto a me, ora. Non sai quanto. Anche solo per rimanere in silenzio, per ore, avvinghiati sotto il piumone. Piango: non posso fare altro. Soffoco con difficoltà le urla di accusa contro l'ingiustizia che ci tiene lontani.
Il tuo viso, il tuo sorriso, la tua bocca, il tuo naso, la tua allegria, la tua spensieratezza, la tua intelligenza, la tua pazzia, mi mancano ad ogni respiro. Anche solo un tuo dito che mi sfiora varrebbe più di quanto tu possa immaginare. Senza te, non ha senso vivere.
Quanto ancora riuscirò a sopportare questa maledizione? Non molto, temo.
Ti voglio un universo di bene,
un abbraccio.
Ohhh, che blog pieno di tenerezza!
RispondiEliminaFortunata la persona alla quale sono rivolte queste parole...