Più viviamo e più siamo vittime di una realtà che ci cambia a suo piacimento, talvolta senza neanche che ce ne accorgiamo, e quindi ci costruiamo un'identità che è sempre più lontana da noi, una maschera sempre più grande. Io questo lo chiamo regresso.
Tutto intorno a noi è "rumore", tonnellate di informazioni e comportamenti ci modellano il cervello facendoci adattare a quella realtà, piuttosto che modificarla noi stessi su nostra misura. È ciò che ci circonda a forgiare le persone che diventiamo? Siamo davvero liberi, o piuttosto vittime di un meccanismo più grande di noi, incontrollabile?
Siamo prigionieri di noi stessi, rinchiusi in un corpo che è la nostra gabbia che non rispecchia quello che siamo veramente. Cosa siamo allora?
Forse siamo tutti la stessa cosa, tutti pezzi piccoli di un grande spirito originario. Quello che ci distingue è magari una più o meno marcata influenza della maschera che ci viene posta fin dalla nascita. I nostri genitori, anch'essi mossi da un burattinaio invisibile, costruiscono intorno a noi un ambiente di falsità che ci diversifica.
Che rapporto c'è fra corpo e "spirito" (o qualsiasi altro modo in cui vogliamo definire la nostra identità)? Che senso ha avere un corpo, che poi viene giudicato dalle persone, se non rispecchia chi sei veramente? Una bellissima persona - dentro - potrebbe vivere una vita da miserabile perché la gente, che guarda da fuori, vede solo un recipiente brutto. Che scopo ha la materialità dell'uomo?
Di conseguenza, come distinguere ciò che siamo noi dalla maschera che ci viene impressa a fuoco sul viso? Esiste un punto di "non ritorno" in cui le due cose convergono e non si separano più? E se tale punto c'è, siamo in grado di accorgerci quando questo fenomeno avviene? Siamo schiavi delle leggi fisiche che governano l'universo, schiavi di regole che ci siamo auto-imposti, di stupide convenzioni che ci allontanano sempre di più dalla nostra identità originale.
Prendiamo il web come esempio.
Le chat. Escludendo tutti i casi in cui persone fin troppo stupide fingono di essere quello che non sono (ma non è forse una condizione comune a tutti?), in genere nella chat si riesce a raggiungere un certo livello di sincerità (esiste davvero? o quella che riteniamo tale è solamente un'altra mera maschera?). È più facile parlare, si sa, senza dover utilizzare l'involucro di carne: significa comunque che non abbiamo altri camuffamenti sotto? Abbiamo mai, nella vita, l'occasione di essere veramente onesti?
Così, senza dover passare attraverso il canale fisico, si riesce a comunicare meglio. Forse proprio perché come dicevo prima siamo tutti piccole parti della stessa cosa che cercano di ricongiungersi tra di loro.
Quasi inconsapevolmente dunque nasce l'illusione di conoscere davvero quella persona che sta dall'altra parte dello schermo, perché sembra così genuina...
Ma l'uomo è portato a cercare il contatto fisico, forse troppo condizionato da informazioni registrate geneticamente nel suo DNA e dando ragione fin troppe volte all'istinto animale. Arriva un momento in cui il contatto "spirituale" non è più abbastanza.
Cosa succede quando poi le due realtà fisiche si incontrano?
1. Si prova grande imbarazzo. Perché? Certo, prima bisogna affrontare la botta delle aspettative che mai vengono rispettate appieno. (È davvero così importante l'aspetto fisico? Tanto da annullare tutto quello che c'è stato prima? O è la maschera che agisce a nostra insaputa?)
2. Non si riesce a parlare. Nonostante si siano condivise tante cose personali e non, quando si è in carne ed ossa tutto quello sparisce, a volte ci si pente. Si scatena nella nostra mente un contrasto piuttosto difficile da comprendere fra ideale e reale.
Parlare a voce alta di certe cose non è facile. Finché lo si fa attraverso una tastiera, senza contatto visivo, quando niente può andare storto, è sempre facile. Ma quando sei lì, per davvero, subentra la consapevolezza che ciò che conta è il reale, non il virtuale; così ci mettiamo in testa che non possiamo comportarci alla stessa maniera che in una chat, e assumiamo un aspetto completamente diverso. Da una maschera all'altra.
Che senso ha tutto ciò?
È giusto affermare che l'apparenza non conta? Che bisogna guardare dentro una persona per capirla veramente? Che senso ha, alla luce del fatto che non possiamo essere noi stessi nella realtà? Che senso ha credere di essere come appariamo alla gente quando, dataci la possibilità, in un contesto semplificato, siamo tutt'altra persona?
Forse la superficialità è la nostra condanna, accontentarci di quello che vediamo, prenderlo per vero, senza preoccuparci di quello che si cela sotto.
Forse non è così importante quello che c'è dentro ognuno di noi, perché in ogni caso non è possibile conoscerlo.
Fortunati quelli che indossano una sola maschera. C'è chi ne ha una doppia o tripla, senza contare quella che nessuno sa di avere: vivono nella menzogna più totale.
Ci sono maschere e maschere: quella che nasconde un orientamento sessuale poco facile da vivere, quella che nasconde uno stato d'essere infelice e vuole mostrarsi invece serena e imperturbabile, quella che nasconde debolezze e insicurezze.
Siamo davvero in grado di sapere chi siamo?
Siamo tutti parte della stessa cosa?
Che senso ha vivere in una vita di bugie?
Your time is limited. So don't waste it living someone else's life. Don't be trapped by dogma - which is living with the results of other people's thinking.Così disse Steve Jobs all'ormai famosissimo discorso del 2005 alla Stanford University. Encomiabile messaggio, certo. Ma è davvero possibile vivere una vita nostra, di cui teniamo in mano le redini?
Preferii restare pazzo e vivere con la più lucida coscienza la mia pazzia [...] questo che è per me la caricatura, evidente e volontaria, di quest'altra mascherata, continua, d'ogni minuto, di cui siamo i pagliacci involontari quando senza saperlo ci mascheriamo di ciò che ci par d'essere [...] Sono guarito, signori: perché so perfettamente di fare il pazzo, qua; e lo faccio, quieto! – Il guajo è per voi che la vivete agitatamente, senza saperla e senza vederla la vostra pazzia. [...] La mia vita è questa! Non è la vostra! – La vostra, in cui siete invecchiati, io non l'ho vissuta!
(Enrico IV, Luigi Pirandello, 1921)
Ohh *-*
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