domenica 22 giugno 2014

L'Inghilterra ed io

L'Inghilterra mi ha preso quasi tutto. Le mie forze, la mia voglia, il mio sorriso; mi ha quasi portato via quell'unica persona che dà un senso alla mia vita. Mi ha cambiato, in peggio, mi ha reso più irascibile, debole, vulnerabile, stanco, insopportabile. Fredda, arida, gelida, non mi ha mai dato niente, ho dovuto dare tutto io. Ho fatto il possibile, ma non ha funzionato. Non ce n'è stata una che mi sia andata bene: la casa, i coinquilini, gli amici, il tempo. Difficile da raggiungere, il viaggio di sole 12 ore verso Coventry non mi ha mai concesso tregua, fino all'ultimo. Appena atterrato mi sono distrutto il mio giubbotto preferito e uno dei ricordi che ho portato via si è rotto. Ha piovuto quando ero fuori e fatto caldo quando ero a casa.

Sono veramente sfinito. L'Inghilterra è un posto ostile, in cui ho capito a mie spese di non voler vivere mai più, se non per necessità. Non mi piace la gente, il paesaggio, la cucina, il tempo, il modo di vivere. Non c'è veramente motivo per cui l'Inghilterra debba essere un sogno di tanti, ma lo si può capire solo vivendoci. Il fantasma di una domanda mi ossessiona: ne è valsa la pena? Lo rifarei? Forse sì, forse no. Sicuramente è stato uno sbaglio partire quando e come sono partito io, ma nessuno, me incluso, ha avuto il coraggio di consigliarmi altrimenti. 

Il mio Erasmus aveva un senso diverso, non certo quello di ubriacarmi ogni giorno, fare amicizia e viaggiare in lungo e largo. Sono almeno soddisfatto di essere stato coerente con me stesso, col mio rigore, con le motivazioni che mi hanno spinto a fare questa scelta. Sul piano accademico è stato un anno riuscito, almeno dal punto di vista degli esami. Questo è quello che conta per adesso, e l'unico aspetto su cui dovrei forse concentrarmi.

Basta, andiamo avanti, voltiamo pagina. Lo ricorderò come un momento di crescita personale che mi ha dato fiducia in me stesso, che mi ha dimostrato che, nonostante sia imbranato, posso cavarmela. Mi è servito da vaccino contro tutte le cose che mi sono successe. E ci sarà chi mi darà dell'ingrato, dello stupido, ma io non ragionerò di lor, ma guarderò e passerò.

giovedì 12 giugno 2014

Addio, casa


"What I've been up to", "Considerazioni sull'Erasmus", "Post senza titolo", "La mia stanza", "Erasmus: Week 1", "Post senza titolo", questi sono i post che ho cercato di scrivere durante tutti questi mesi. Non sono riuscito a scrivere nessuno di essi, per un motivo o per l'altro; post con grande potenziale, avevo grandi idee per condividere la mia esperienza sul blog, e alla fine non ho fatto niente.

Però eccomi qui, agli sgoccioli di questi nove mesi passati a Coventry, nelle remote
lande delle West Midlands, a rimuginare sulla mia stanza. Mi sono reso conto, d'un tratto, che per quanto abbia odiato questa camera (e la casa intera ancor di più), mi mancherà. Forse mi mancherà odiarla, non lo so. Ma era diventata una routine per nove mesi (non ininterrotti). Ho paura di dimenticarla, di lasciarci qualcosa di mio. Un po' sono geloso che qualcun altro abiterà questo piccolo perimetro l'anno prossimo. Nessuno si è mai preso cura di questa stanza come ho fatto io.

Ma come si affronta la paura dell'oblio? Potrei fissare ogni oggetto di questa camera per ore e comunque dimenticare tutto dopo un mese. Come posso portare con me questa stanza? Come posso fare affinché sia io a prendere qualcosa di questo posto e non il contrario?
Ho fatto delle foto, ma non mi convince l'idea. C'è sempre quel dettaglio che ti sfugge, quella percezione diversa, semplicemente non rende. Vorrei portarmi appresso una mappa tridimensionale per vedere la stanza come la vedo ora e come l'ho sempre vista: dal letto, con la scrivania davanti, l'armadio al lato, la finestra sulla sinistra.

È più quello che è successo (o non successo) dentro questa camera che la rende piena di storia e di emozione. Vedo un tappeto e ricordo la spesa all'IKEA appena arrivato, coi miei genitori. Vedo il termosifone e ricordo le terribili notti d'inverno in cui accendevo il riscaldamento e mi ci attaccavo mentre studiavo. Vedo la caldaia — sì, ho la caldaia in camera e negli UK è legale e normale — e ricordo il dramma della prima settimana. Piuttosto che aver vissuto in questa camera, penso di aver vissuto la camera.

Ma come si dice addio a una stanza? Voglio dire, non c'è un manuale o un rito comune; cosa devo fare per sentire che il mio tempo, qui, è finito? Cosa devo dire, come devo agire? Forse non sono pronto, o forse lo sono e devo solo scoprirlo. Ogni singola cosa che è in questa camera ha una storia, o almeno, è appartenuta a me e me soltanto. Manca ormai una settimana, le valigie aspettano di essere riempite, la roba sparsa per la casa.

Vecchi coinquilini sono andati, altri sono in partenza, nuovi sono arrivati. Quelli futuri vengono a vedere le camere. Mi sento come al passaggio del testimone, ma mi sembra solo ieri quando ero io quello nuovo. È ora. È tempo di tornare alla normalità, alla banalissima quotidianità italiana, a fine mese non sarò più uno studente Erasmus, ufficialmente. Tutto tornerà come prima, come se nulla fosse mai successo.